PIF, MI DISPIACE DOVERLO DIRE, È ANCHE BUONO


Oggi bisogna fare attenzione a dire di qualcuno che “è buono”. La persona in questione potrebbe offendersi, vista la fine che hanno fatto i “sani principi” e i “valori morali”, parole impolverate al punto da resistere persino allo swiffer della Littizzetto. 
Il fatto è che di Pierfrancesco Diliberto, in arte – e per gli amici – “Pif”, una volta che ho detto che è intelligente e bravissimo come regista e come attore, mi viene difficile non aggiungere: “…e pure una persona profondamente buona”. Spero che nessuno faccia la spia perché non vorrei che lui si arrabbiasse; ma per me è un pregio. Certo, c’entra il DNA; ma è anche questione di scattìo (per i non-palermitani: “colpo di fortuna”, o meglio “botta di culo”. Ma “scattìo” è un’altra cosa, sembra di sentire il “click” dello scambio ferroviario del caso). Un Diosaperché di cui il DNA non è garanzia: vedi Caino, che aveva lo stesso patrimonio genetico del fratello. 
Che PIF fosse buono sul serio l’ho capito quella volta che si incazzò come una biscia con Crocetta a proposito della mancata assistenza ai disabili. Se qualcuno se l’è perso, cerchi su google “Pif Crocetta”. L’umanità di Pif esonda, sommerge, sarebbe persino capace di far vergognare un politico di lungo corso.  
Lunga premessa, necessaria di questi tempi in cui ogni giorno e in più canali, il conduttore/la conduttrice di turno tira fuori a tradimento il libro scritto da quello che pensavamo fosse un “ospite per caso”, e invece è li per promuovere il proprio libro che ci chiediamo quando ha scritto, visto che il personaggio è sempre in TV. 
Questo “Io posso – Due donne sole contro la mafia” che Pif ha scritto con Marco Lillo – certamente una bella persona anche lui (“Se nun s’assumigghianu nun si pigghianu” – se non si somigliano non vanno d’accordo) è una cosa seria. 
Un gran bel libro che ci mette di fronte alla brutalità e alla vergogna di un sistema criminale che vive di complicità e fiancheggiamenti; ma anche di fronte a quello che il coraggio e la solidarietà sono capaci di fare per scardinarlo. Un libro che ci chiede di continuare sulla strada tracciata da Persone che non cito nemmeno, tanto ci siamo capiti. Un libro i cui diritti vanno interamente ad aiutare le vittime dei soprusi denunciati, facendoci il regalo di potere partecipare meglio che con una fiaccolata a celebrare e incoraggiare la Sicilia del riscatto. 
Che c’è. 
Avete capito perché Pif, e mi dispiace se gli rovino la reputazione, è buono? E pure Marco Lillo?

Grazie Pierfrancesco Diliberto, grazie Marco Lillo. 
Giuro che quelli sotto la maschera sono loro, insieme a Giuseppe Castronovo della Libreria Tantestorie di Palermo.

Santa Lucia: recito l’antica filastrocca siciliana che spiega perché…

Lo sapevate che in Sicilia per Santa Lucia non si mangia né pane né pasta, ma solo la “cuccìa”, semplice grano cotto (con ricche variazioni) e quelle palle di riso ripiene e fritte che spaccano la Sicilia in due, una che le chiama “arancine” e l’altra “arancini”? Il perché ce lo dice un’antica filastrocca che mi ha regalato un’amica, e che vi recito io. https://www.youtube.com/watch?v=42NUbVbsee4

Acqua… nonostante il bandito Giuliano

Abbeveratoio costruito da mio padre insieme a tante strade e ponti nella zona dell’Alto e Medio Belice. Quando tornava, stanco morto, io mi precipitavo a togliergli gli scarponi con un dito di fango indurito ancora attaccato alle suole. Avevo meno di dieci anni, e per me era una via di mezzo fra un gioco e un privilegio; poi, diventato papà anch’io, ho capito quanto si godesse quel momento di ritorno a casa. Fino a qualche anno prima la zona era stata dominio della banda di Salvatore Giuliano, e in più di un’occasione gli era capitato di essere rinchiuso in un casolare o in una stalla con i suoi assistenti “perché doveva passare Turiddu”, e nessuno doveva vedere.